Le ferite dell’abbandono
La ferita dell’abbandono è tra le più profonde e dolorose che un’Anima possa sperimentare.
È subdola e insidiosa, perché anche quando l’Anima inizia finalmente a sentirsi amata, accolta e sostenuta, basta un piccolo squilibrio per farla ricadere nell’incantesimo dell’abbandono.
Questa ferita agisce come un magnete, attirando a sé altre ferite: la solitudine, il crepacuore, il dubbio e la confusione, il sentimento di rifiuto, la paura, la delusione, l’insicurezza e la svalutazione. Tutte sembrano orbitare attorno a questo grande nucleo di dolore originario.
Chi porta la ferita dell’abbandono spesso si sente separato dalla Fonte, dal mondo, dalla propria famiglia, dagli altri e, soprattutto, da sé stesso. Questa percezione globale di separazione diventa il filtro attraverso cui l’Anima interpreta ogni esperienza.
La durezza di questa ferita è tale che, anche quando gli altri ci dimostrano presenza e amore, continuiamo a percepirci soli, esclusi, dimenticati. È una ferita che richiede una dose infinita di pazienza, compassione e amore incondizionato da parte di chi accompagna chi ne soffre.
Le Anime ferite dall’abbandono reagiscono in modi diversi. Alcune si aggrappano agli altri in modo co-dipendente, chiedendo attenzioni costanti, fino a soffocare chi le circonda. Altre esprimono gelosia, paura di perdere l’altro, o creano piccoli drammi per ricevere le cure e la presenza che temono di perdere.
In altri casi, invece, l’Anima sceglie il ritiro: si chiude in sé stessa, convinta che gli altri non la vogliano, e costruisce intorno a sé un silenzioso deserto di dolore. Diventa una vittima che soffre in silenzio ciò che percepisce come una condizione “incurabile”.
Questa dinamica può facilmente condurre a stati depressivi, perché l’Anima e la personalità incarnata faticano a trovare stabilità. Ovunque guardino, vedono riflessa la loro percezione originaria di abbandono. E così, chi si sente abbandonato finisce spesso per abbandonarsi, lasciandosi andare a comportamenti autodistruttivi o alla negligenza verso sé stesso.
Quando l’Anima smette di prendersi cura di sé, l’abbandono di sé stesso può degenerare in malattia, in declino mentale, emotivo e fisico, o nei casi più estremi, nel desiderio di annullarsi completamente.
Inoltre, chi porta questa ferita tende a riprodurre inconsciamente nelle proprie relazioni situazioni che confermano la sua convinzione di essere destinato a essere lasciato. Così, anche quando è lui a provocare o anticipare l’abbandono, lo percepisce come una conferma della sua “verità interiore”: quella di non meritare amore stabile.
È come se mostrasse al mondo la propria ferita come una medaglia, prova tangibile di un dolore antico che continua a chiedere riconoscimento.
Dal punto di vista simbolico e spirituale, possiamo riconoscere l’archetipo dell’Abbandono già nella storia di Adamo. Quando, attraverso Eva che nella tradizione cabalistica rappresenta la sua stessa Anima egli cede alla tentazione, si manifesta la percezione della separazione dalla Fonte. La “cacciata dal Giardino dell’Eden” diventa allora il simbolo del primo abbandono: il passaggio da uno stato di unità e beatitudine a una condizione di incarnazione, di dualità e di incertezza.
Da quel momento, l’Anima umana porta in sé la memoria di quell’allontanamento e la nostalgia di un ritorno alla Casa originaria, dove non esiste più separazione ma solo Amore.