Ispirato al principio attribuito a Joseph Murphy.
Ho passato anni a fare tutto “nel modo giusto”.
Affermazioni al mattino, visualizzazioni meticolose, rituali di gratitudine, frasi scritte su biglietti e appese allo specchio. Una disciplina seria, quasi militare. Eppure, sotto la superficie, sentivo un’incrinatura: i risultati arrivavano lenti, a tratti, come se stessi parlando a una porta chiusa con la speranza che qualcuno, dall’altra parte, prima o poi aprisse.
Poi è arrivato quel momento che prima o poi arriva a tutti: ti fermi e ti chiedi se non stai complicando ciò che dovrebbe essere semplice. Se non stai affogando in un mare di parole, quando forse basterebbe una sola frase pronunciata nel modo giusto.
È lì che incontro il cuore del metodo: non “tutti i libri”, non l’idea generale, ma questa scoperta precisa. Perché ciò che colpisce non è la quantità di tecniche, ma la qualità dell’atto interiore. Non la ripetizione in sé, ma l’autorità con cui parli alla tua mente.
E qui la prospettiva si ribalta.
Il subconscio non risponde alle speranze: risponde agli ordini
Immagina il tuo subconscio come l’equipaggio di una nave e la mente cosciente come il capitano.
Se il capitano dice: “Mi piacerebbe… forse… potremmo andare a nord?”, l’equipaggio esita, si confonde, perde direzione. Ma se il capitano dice: “Rotta a nord. Ora.”, l’equipaggio esegue.
La tesi è semplice e tagliente: il subconscio non misura la lunghezza delle parole, misura l’autorità del comando. Quando le frasi sono intrise di “spero”, “vorrei”, “magari”, il messaggio implicito è: non ce l’ho. E il subconscio, che non discute, esegue mantiene coerente quello stato: il volere, non l’avere.
Da qui nasce la prova: Murphy osserva persone sincere, dedicate, che ripetono “sono abbondante”, “sono in salute”, “sono amato” centinaia di volte, e vede risultati discontinui. Alcuni ottengono svolte, altri restano fermi. Perché? Non è la frase. È la postura.
A un certo punto decide di testare: prende un’area critica della propria vita, costruisce un comando breve, diretto, assoluto e lo pronuncia come un decreto, non come una preghiera. E nota qualcosa: le circostanze iniziano a muoversi. Si aprono possibilità, arrivano contatti, emergono soluzioni. Non come magia, ma come “riorganizzazione”.
Da scienziato della coscienza, cerca il meccanismo. E lo riduce a tre pilastri.
I tre pilastri del comando efficace
1) Autorità dichiarata
Non ti poni come qualcuno che chiede favori “a qualcosa fuori”, ma come una presenza che riconosce un potere interiore, una radice più grande. In quella dichiarazione, il critico interno perde terreno: non stai contrattando, stai affermando.
2) Tempo presente
Il subconscio non vive nel “poi”. Non lavora con “sarò” o “vorrei”. Lavora con “è”, “sono”, “ora”. Il comando deve parlare nel linguaggio del presente.
3) Verità assoluta
Niente spazi per il dubbio. Niente ambiguità. Niente “se”. Un ordine non è una bozza: è una consegna.
A questo punto, il metodo diventa ingegneria: parole scelte non per bellezza, ma per precisione.
I casi: quando la mente smette di mendicare
Nella narrazione emergono tre figure che sembrano rappresentare tre campi universali: salute, abbondanza, relazioni.
C’è Robert, divorato da emicranie croniche. Ha provato farmaci, terapie, affermazioni. Ma Murphy ascolta la sua voce e coglie la sfumatura: speranza, supplica, desiderio e quindi mancanza. Gli propone un cambio di registro: non chiedere la salute, decretarla come allineamento a una perfezione più profonda. Robert applica mattina e sera, e con il passare delle settimane qualcosa si scioglie: prima l’intensità, poi la frequenza, poi la scomparsa.
C’è Elena, madre single con il fiato corto sotto il peso di bollette e debiti. Le sue affermazioni “positive” la fanno piangere, perché sembrano una bugia contro la realtà. Murphy non le dice di “ripetere di più”, ma di cambiare asse: non attrarre come mendicante, ma rivendicare come erede. Dopo il comando, le chiede di non cercare prove immediate, di rispettare la sequenza: sentimento prima, evidenza dopo. E la storia parla di incastri: soldi inattesi dovuti da anni, un’idea operativa che prende forma, un avanzamento imprevisto.
C’è Marco, ingegnere in guerra con tutti: colleghi, famiglia, partner. Anche lui ha ripetuto frasi di armonia, ma sentendosi falso. Qui l’insegnamento è sottile: non si comanda agli altri di cambiare; si comanda al proprio centro di stabilizzarsi in una frequenza di pace così radicata che gli altri o si allineano o si allontanano. E quando Marco applica il comando, la realtà relazionale sembra “riordinarsi”: provocazioni che non attecchiscono, conflitti che evaporano, una relazione tossica che si chiude senza esplosioni, con chiarezza.
Il messaggio che attraversa tutto è uno: il subconscio è un giardiniere imparziale. Fa crescere ciò che pianti. Se pianti dubbio, cresce confusione. Se pianti comando, cresce direzione.
La frase-chiave: un comando, non un incantesimo
Il cuore del testo ruota attorno a questa formula, proposta come chiave maestra:
“Io sono la presenza divina che opera perfettamente in me ora. Questa è la mia realtà.”
La forza, nel racconto, non è nella teatralità, ma nella struttura:
- “Io sono”: identità presente, non aspirazione.
- “presenza divina”: fonte di autorità, non richiesta di permesso.
- “opera”: azione in corso, non promessa futura.
- “perfettamente”: nessun compromesso, nessun “quasi”.
- “in me”: sovranità interiore, non delega all’esterno.
- “ora”: il solo tempo in cui il subconscio può lavorare.
- “questa è la mia realtà”: chiusura definitiva, fine del dibattito.
E poi arrivano le “modalità d’uso”: pronuncia al risveglio e prima del sonno, immersione nel sentimento (non la visualizzazione come sforzo, ma il sapere come stato), e un uso “di emergenza” quando paura e dubbio provano a riprendere il comando.
Il punto resta sempre lo stesso: non ripetere nervosamente. Un ordine non si mendica, non si controlla ogni minuto. Si emette e si resta nella certezza.
Gli errori che sabotano tutto
Nel testo si insiste su tre trappole ricorrenti:
- Tono interrogativo: se dentro suona come domanda, il subconscio riceve confusione.
- Aggiungere spiegazioni: il comando diventa negoziazione, si diluisce.
- Cercare prove prima del sentimento: dissotterri il seme ogni giorno per vedere se cresce e lo uccidi.
Qui la narrazione si fa quasi pratica spirituale: il coraggio non è “credere forte”, ma restare nell’autorità senza implorare conferme.
Conclusione
Cosmoenergetica: quando il comando diventa frequenza
Dentro l’Oasi, noi conosciamo bene un principio parallelo: non è solo ciò che dici, è da dove lo dici. Non è solo la frase, è la firma energetica con cui la imprimi.
La Cosmoenergetica, nella sua essenza operativa, lavora proprio su questo: stabilizzare un campo.
Quando un canale viene attivato, non stai “pensando positivo” contro qualcosa stai portando informazione e ordine nel sistema: nel corpo, nell’emotivo, nel mentale, nello spazio relazionale. E quando il campo cambia, la mente smette di contrattare: comincia ad allinearsi.
Ecco l’incontro profondo con il principio del “comando”:
- La frase di Murphy è una struttura di autorità: ti rimette al centro, ti sposta da supplica a decreto.
- La Cosmoenergetica è un amplificatore e regolatore del campo: riduce rumore, resistenze, dispersioni; sostiene la coerenza con cui quel decreto può essere sentito come vero.
In altre parole: la frase è il “codice”, ma il canale è la “corrente” che aiuta il codice a scriversi nel sistema senza corruzioni. Quando la persona pronuncia “Io sono… ora”, e contemporaneamente il suo campo è più ordinato, più presente, più coerente, allora l’atto non resta un’idea: diventa impronta. E ciò che viene impresso nella mente e nel campo inizia a muovere eventi, scelte, sincronìe, guarigioni interiori, riorganizzazioni esterne.
Per questo, nell’Oasi, possiamo leggere questa frase non come formula magica, ma come educazione alla sovranità interiore.
E la Cosmoenergetica, con il suo linguaggio energetico, può diventare la disciplina che sostiene quella sovranità finché non è più “una pratica”, ma una nuova identità: non più chi chiede… ma chi comanda con presenza, centratura e verità.