La stanchezza secondo il Buddha e la via della Cosmoenergetica

Lasciare andare come via della leggerezza

La stanchezza che molte persone sperimentano oggi non nasce solo dal corpo o dal troppo lavoro. È una stanchezza più sottile e profonda, che affonda le sue radici nella mente. Una stanchezza interiore generata dal trattenere troppo: pensieri incessanti, aspettative rigide, paure non ascoltate, ferite non guarite, confronti continui e desideri che non trovano pace.

Secondo l’insegnamento del Buddha, la vera radice di questa stanchezza è l’attaccamento. Ci attacchiamo a come le cose dovrebbero essere, all’immagine che vogliamo dare di noi, alle parole degli altri, a un passato che non può essere cambiato e a un futuro che ancora non esiste. Questo continuo aggrapparsi appesantisce la mente come uno zaino colmo di pietre invisibili.

La mente si stanca perché anticipa, rimugina, confronta e resiste alla realtà. Anche le ferite non guarite, fallimenti, parole dure, incomprensioni, se trattenute, diventano una fonte costante di esaurimento. In un’epoca dominata dal confronto, amplificato dai social, questa stanchezza cresce: la vita degli altri sembra sempre migliore, mentre la nostra appare insufficiente.

Il Buddha insegna che non sono gli eventi a creare sofferenza, ma il modo in cui la mente reagisce a essi. La mente è come uno specchio: quando è coperta di polvere, il mondo appare confuso e pesante; quando è limpida, la realtà si mostra più gentile. Spesso non è la vita a essere dura, ma lo sguardo stanco con cui la osserviamo.

La semplicità come medicina della mente

Il Buddha insegnò che la semplicità è felicità.
Eppure, ciò che è più semplice è spesso ciò che facciamo con maggiore difficoltà, perché l’essere umano è abituato a complicare tutto.

Vogliamo controllare il futuro, conoscere tutte le risposte, non sbagliare mai, far sì che tutto vada secondo i nostri desideri. Quando qualcosa accade diversamente, nasce subito l’inquietudine e una catena di pensieri rende la mente sempre più pesante.

C’è chi si rimprovera per giorni per un piccolo errore al lavoro.
C’è chi perde il sonno per una parola detta senza intenzione.
C’è chi continua a pensare a ciò che non è ancora accaduto o che non può controllare.

Più si pensa, più si teme, più la mente si confonde.
E una mente confusa non può essere né serena né lucida.

C’è una storia semplice che illustra bene questo meccanismo.
Vedendo il nipote sempre preoccupato, un nonno posò davanti a lui tre scatole di legno e disse: “Metti qui dentro ciò che ti preoccupa. Nella prima le cose che puoi risolvere, nella seconda quelle che non puoi risolvere, nella terza quelle che non ti appartengono”.

Il ragazzo rifletté a lungo e poi distribuì i pensieri. Alla fine rimase sorpreso: nella prima scatola c’erano solo poche cose, mentre le altre due erano colme.

Il nonno sorrise e disse: “Gli esseri umani spendono troppo tempo per ciò che è fuori dalla loro responsabilità o possibilità. Si preoccupano di ciò che non possono cambiare, si caricano di ciò che non appartiene loro e alla fine fanno soffrire solo se stessi”.

Questa storia somiglia al cammino di molti.
Portiamo nel cuore troppe cose inutili. Le cose piccole diventano grandi perché diamo loro troppo peso. Ciò che non è ancora accaduto diventa paura, ciò che non ci appartiene diventa un fardello.

Così la mente non può essere leggera.
Chi vive in modo semplice è chi sa scegliere: scegliere ciò su cui vale la pena pensare e lasciare andare il resto; scegliere ciò che è nelle proprie mani e deporre ciò che è fuori controllo; scegliere ciò che nutre la pace e allontanarsi da ciò che appesantisce il cuore.

Semplice non significa indifferente.
Significa saper concentrare l’attenzione su ciò che conta davvero.
Sapere che non ogni cosa merita pensieri, non ogni parola va trattenuta, non tutti devono essere accontentati, non ogni strada va percorsa fino in fondo.

Nel Buddhismo si insegna che più la mente è complessa, più la vita è faticosa; più la mente è semplice, più la vita è serena.

Fermarsi invece di forzare

La via d’uscita non è fare di più o sforzarsi maggiormente, ma fermarsi. Fermarsi per respirare, per ascoltarsi, per lasciare andare ciò che non è essenziale. Il respiro diventa il ponte verso il presente, l’unico luogo in cui la stanchezza perde potere.

Lasciare andare non significa perdere o arrendersi, ma alleggerirsi. Significa accettare ciò che è stato, smettere di lottare contro la realtà e deporre ciò che non ci appartiene. È un processo graduale, fatto di piccoli gesti quotidiani di consapevolezza.

Molte persone non sono stanche per il lavoro che fanno, ma per ciò che la loro mente porta ogni giorno: aspettative, confronti, pretese di perfezione. Quando queste aspettative vengono disattese, arrivano delusione, tristezza e scoraggiamento, che si accumulano come strati di pietra nella mente.

Il Buddha insegnò che la sofferenza nasce da desiderio, avversione e ignoranza. Il desiderio non riguarda solo il successo o il denaro, ma anche l’idea di come le cose dovrebbero andare. Quando pretendiamo troppo, la mente si affatica e il cuore si appesantisce.

È come un bicchiere colmo d’acqua: basta una sola goccia per farlo traboccare. Non perché la goccia sia grande, ma perché dentro non c’è più spazio.

Lasciare andare le aspettative non significa smettere di impegnarsi, ma smettere di pretendere che il risultato segua esattamente la nostra volontà. L’impegno è il nostro compito; il risultato dipende dalle condizioni della vita. Fare bene la propria parte e lasciare il resto al fluire delle cose è saggezza.

Lasciare andare: la via della leggerezza

Lasciare andare significa rimettere ogni cosa al suo posto. Ciò che è passato va lasciato nel passato; ciò che non è più adatto deve poter andare; ciò che non ci appartiene va restituito alla vita. Solo così il cuore può creare spazio perché la pace entri.

Molti dei nostri pesi non ci appartengono: le aspettative degli altri, i giudizi, le responsabilità che non sono nostre. Trattenerli è una delle principali cause della stanchezza interiore.

Lasciare andare significa anche perdonare, gli altri e noi stessi. Non per giustificare, ma per non continuare a soffrire. Il rancore e il rimprovero continuo sono come carbone ardente: il primo a bruciarsi siamo noi.

La vita è impermanente. Gioia e tristezza, successo e perdita sono onde che arrivano e se ne vanno. Comprenderlo alleggerisce il cuore: smettiamo di pretendere una stabilità assoluta e impariamo a camminare nel flusso della vita con più morbidezza.

Tornare alla quiete

Anche nei giorni più grigi esistono piccole luci, se sappiamo guardare con attenzione. Quando la mente è quieta, le cose ordinarie diventano preziose. Nel rumore dei pensieri non sappiamo cosa sia giusto; nel silenzio, invece, il sentiero si chiarisce.

A volte ciò di cui abbiamo più bisogno non è un altro passo di corsa, ma un passo di arresto. La mente è come acqua torbida: più la agitiamo, più resta confusa. Solo quando la lasciamo in pace, torna limpida.

Un giorno, nel silenzio, ci accorgeremo che ciò che ci ha stancato per tanto tempo non era altro che nuvole nel cielo della mente. Le nuvole passano. Il cielo resta.

La pace che cerchiamo non si è mai allontanata. È stata solo coperta da paure, pensieri e attaccamenti. Basta tornare a sé, basta un respiro consapevole, basta fermarsi.

La vita è un viaggio.
Non conta quanto portiamo con noi, ma quanto sappiamo camminare leggeri.
Quando torniamo a noi stessi, la pace torna con noi.

In questo cammino, la Cosmoenergetica diventa uno strumento pratico per intervenire là dove la stanchezza ha preso forma nel corpo e nel campo energetico.

Attraverso il trattamento, la persona viene accompagnata in uno stato di quiete profonda che permette di sospendere il controllo mentale e di ridurre l’attività reattiva della mente. In questa condizione, l’energia può individuare i blocchi creati da tensioni, aspettative, emozioni trattenute e memorie non elaborate, sciogliendoli progressivamente secondo i tempi naturali del sistema.

Il lavoro non consiste nel “fare di più”, ma nel creare le condizioni perché l’energia vitale torni a fluire in modo ordinato, restituendo al corpo maggiore vitalità, alla mente chiarezza e al cuore una sensazione di spazio e leggerezza.

Con il tempo, questo processo aiuta la persona a riconoscere i segnali di sovraccarico prima che diventino stanchezza cronica, favorendo un modo di vivere più semplice, presente e in armonia con se stessi e con la vita.

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